|
ABSTRACT
Some questions about
taxonomy, corology, ethnobotany and ecology of the palebark pine are
examined. This Tertiary Age’s paleoendemisme is present into the Pollino
National Park boundary (Southern Italy) and, with the similar
Pinus heldreichii
Christ, in the Balkans
mountains also. The palebark pine was very important in the local
people’s cultures and the wood was used for many handicrafts (timber,
windows and doors frames, furnitures, musical instruments, oars, boats,
etc.,).
Pinus leucodermis
lives into a wide
altitude range from 500-600 m a.s.l. (Verbicaro and Orsomarso Mountains)
to 2240 m a.s.l. (Serra del Dolcedorme). In different environmental
conditions and in various phytocenosis palebark pine’s populations are
localized: in dry and rocky mountain grasslands
(Seslerio
nitidae-Brometum erecti),
on the cliffs
(Saxifrago-Achilletum
lucanae) and
in erosion slopes
(Saturejo
montanae Brometum erecti
with
Scabiosa crenata).
At
present Pinus leucodermis is in a good ecological state about the
reproductive activity and the increase of population, but some urgent
measures need against the anthropic pressure and the epidemic parasites.
Le prime notizie
storicoscientifiche sui pini del Pollino risalgono alle esplorazioni
botaniche del XIX sec.: Tenore nel 1827 raccolse campioni ai Piani di
Pollino, Schow nel 1845 sul Dolcedorme, Biondi nel 1880 sul M.te Pollino
e Terracciano nel 1890 in varie località del massiccio. Tuttavia tutti
lo confusero con altri pini montani tra cui il pino mugo (Pinus
mughus Jacq.), il
pino silvestre, (Pinus
sylvestris L.), il
pino marittimo (Pinus
pynaster Ait.), il
pino laricio (Pinus
laricio Poir) e il
pino nero (Pinus nigra
Arnold) con cui
condivide in alcune stazioni gli stessi ambienti formando popolamenti
misti (es: versante SW del Pollino, Montea, Valle del Argentino).
Nel 1863 il botanico tedesco
Hermann Christ identifica una nuova specie di pino in alcuni campioni
provenienti dai monti della Grecia settentrionale e la dedica al suo
scopritore, il barone Thoedor Von Heldreich insigne studioso di flora
balcanica, chiamandola
Pinus heldreichi
Christ.
Nello stesso periodo la specie
viene descritta da F. Antoine, che evidenziando il colore chiaro della
corteccia, gli assegna il nome di
Pinus leucodermis.
Nel 1906 il botanico napoletano
Biagio Longo determinò i campioni da lui raccolti sul Pollino,
nell’Orsomarso e su Monte La Spina come
Pinus Leucodermis
Antoine ascrivendo la specie tra
i pini italiani.
Per primo assegnò a quest’albero
il nome di “pino loricato” evidenziandone l’aspetto tipico di “lorica”
che assume la corteccia nella pianta adulta fessurandosi nelle
caratteristiche placche poligonali che ricordano nell’aspetto le corazze
degli antichi romani.
Ancora non concorde risulta
invece la collocazione tassonomica e nomenclaturale delle popolazioni
balcaniche da quelle dell’Appennino meridionale.
Per alcuni autori (Tutin et al.,
1996; Gellini R., Grossoni P., 1996)
Pinus heldreichii
Christ è un’unica specie
presente nei Balcani centro-occidentali e nell’Italia meridionale con
due varietà tra loro vicarianti: var.
heldreichii:
entità balcanica che vive in
ristrette zone montuose della Serbia, del Montenegro e nella Grecia
settentrionale sul Monte Olimpo; var.
leucodermis
(Antoine) Markgraf ex Fitschen:
entità anfiadriatica presente in Italia sull’Appennino calabro-lucano e
nei Balcani centro-occidentali (Alpi Dinariche e Massiccio del Durmitor)
dove forma estesi popolamenti; nuclei di limitata estensione sono
inoltre segnalati in Albania sul Monte Jabllanices e in Grecia sul Monte
Pindo e sull’Olimpo Tessalico.
Nella Flora d’Italia (Pignatti
S., 1982) Pinus
leucodermis Antoine
viene considerato come la specie italiana.
Alcuni caratteri m o r f o l o g
i c i macro s c o p i c i particolarmente evidenti permettono di
distinguere le due entità: in
Pinus leucodermis
la corteccia dei rami giovani si
mantiene per molti anni liscia, lucente, di color cenere chiaro con
areole squamiformi che ricordano la pelle di un serpente; gli strobili
hanno squama con apofisi piramidale e mucrone uncinato.
Nel
Pinus heldreichii
la corteccia dei rami giovani
tende a scurirsi precocemente, già al secondo anno, e gli strobili si
presentano con apofisi appiattita e mucrone molto breve.
Conosciuto fino a non molto
tempo fa solo ai naturalisti e alle popolazioni locali, il pino loricato
è attualmente un elemento ad elevata valenza simbolica: la sua
longevità, il portamento contorto e tormentato, ma nello stesso tempo
possente, ben esprimono la forza e la tenacia di questi alberi che
sfidano le condizioni ambientali più ostili, attaccati alle rocce delle
rupi e delle creste, dove la montagna finisce e comincia il cielo.
IL PINO LORICATO NELLA STORIA E
NELLE TRADIZIONI DELLE POPOLAZIONI LOCALI
Tra le popolazioni
dell’Appennino Calabro-Lucano sono ancora vivi riti e tradizioni legate
ai culti arborei di origine precristiana.
Insieme al cerro, al faggio,
all’abete bianco e all’agrifoglio anche il pino loricato è uno degli
alberi di questi riti.
Nelle feste silvane che
celebravano l’equinozio di primavera con il trionfo del sole sul freddo
e sul buio dell’inverno, assorbite dalla religione cristiana e celebrate
nelle festività di S. Giuseppe e della Pasqua, l’elemento rituale è il
fuoco che brucia le torce costruite con tronchi di loricato (“i
zigni”). Quest’usanza
ancora è viva nel paese di Verbicaro anche se la fiaccolata non si
effettua più in primavera, ma nel periodo estivo per consentire la
partecipazione anche agli emigrati.
L’utilizzo da parte dell’uomo di
questo albero è legato alle vicende storiche di queste terre.
Province ricche di
risorseboschive, il Brutio e la Lucania vennero collegate a Roma nel II°
secolo a.C. tramite due importanti vie consolari i cui tracciati (in
parte ancora utilizzati dall’attuale rete viaria) in territori montani
servivano per portare legname, principale fonte energetica dell’epoca,
usato come combustibile e materiale da costruzione.
La via “Herculia”
dalla Daunia attraversava la Lucania collegando “Venusia”
con “Potentia”
e “Grumentum”
ed a “Nerulum”
(odierna Rotonda), si innestava con l’altra consolare, la via “Popilia”
che penetrava nel Brutio lungo il Vallo di Diano e a Campo Tenese
valicava il massiccio del Pollino scendendo verso la piana di Sibari.
Soprattutto le conifere, abeti e
pini, di cui abbondava questo settore dell’Appennino, erano
particolarmente ricercate per il legname leggero e resinoso
particolarmente adatto per costruire architravi e imbarcazioni.
In quest’epoca i monti della
Basilicata e della Calabria subiscono i primi intensi disboscamenti
proseguiti quasi ininterrottamente nel corso dei secoli successivi con
diverse motivazioni e sotto le varie dominazioni che hanno segnato la
storia del Mezzogiorno.
Le specie arboree più
vulnerabili e meno veloci nella fase di accrescimento giovanile quali
pini, abeti e querce si sono trovate gradualmente ed inesorabilmente in
regressione soppiantate dai carpini (Ostrya
carpinifolia, Carpinus orientalis)
e dall’ontano napoletano (Alnus
cordata) che oggi
costituiscono la vegetazione forestale secondaria di estese superfici
dell’Appennino Calabro-Lucano.
È in questo periodo che il pino
loricato si attesta nelle aree più inaccessibili dove con alterne fasi
di espansione e regressione, lo ritroviamo fino ad oggi.
Per le popolazioni dell’area del
Parco del Pollino il legno del loricato era considerato di grande
pregio: insieme con l’abete bianco forniva legname resistente e leggero
usato per lavori di carpenteria e per mobilio leggero, cassapanche e
bauli che avevano un buon mercato anche al di fuori di queste terre;
resistente agli agenti atmosferici, all’umidità ed alla salsedine,
grazie alla resistenza del tessuto legnoso ed all’elevata quantità di
resina, era usato per costruire infissi per porte e finestre e già i
greci e i romani ricercavano i tronchi tipicamente incurvati alla base
dal peso della neve per costruire le carene delle imbarcazioni.
Fino a qualche decennio fa era
attiva nei pressi di Verbicaro una “fabbrica di remi” che fino agli anni
venti venivano costruiti con il legname di pino; in seguito agli intensi
disboscamenti operati in quel periodo nell’area, la disponibilità di
loricati venne meno e la fabbrica utilizzò legname di faggio.
Anche per le casse armoniche di
strumenti musicali locali quali liuti e mandolini era utilizzato il
legno di loricato.

Inoltre è ancora possibile
osservare nei tronchi di vecchi pini le tracce dei tagli per la raccolta
della resina che questo albero produce in quantità notevoli.
Purtroppo dalla fine
dell’Ottocento fino agli anni sessanta in tutta l’area del Parco del
Pollino le foreste sono state interessate da disboscamenti intensi ed
estesi che hanno notevolmente ridotto anche le
popolazioni di loricati
soprattutto nelle quote più basse e nelle stazioni meno impervie.
Ancora esiste memoria nelle
persone anziane di stazioni di loricati in aree dove attualmente il pino
é del tutto scomparso e spesso anche qualsiasi altra specie arborea ed
arbustiva (es.: Serra Bonangelo, rilievo montuoso alla confluenza della
valle del fiume Lao con il torrente Argentino e le pendici del M.te
Trincello dove anziani pastori della zona ricordano la presenza dei
pini).
DISTRIBUZIONE E
NOTE GEOBOTANICHE
Una delle caratteristiche
ambientali più rilevanti del territorio del Parco del Pollino è la
conformazione geomorfologia che avvicina in un raggio di pochi
chilometri territori costieri e montani (sul versante
tirrenico si arriva dal mare a
circa 2000m di quota in 10-15 km in linea d’aria), mettendo a contatto o
compenetrando tra di loro ambienti molto diversi popolati da specie
animali e vegetali provenienti da biocore di varia origine e storia. Tra
queste montagne convivono infatti elementi di tipo articoalpino, relitti
dell’era glaciale, elementi medio-europei, mediterranei, balcanici oltre
ad un consistente numero di endemismi e di specie sopravvissute alla
flora del terziario (Corbetta F.et al., 1996; La Valva V.,1992).
Perfettamente inserito nel
contesto fitogeografico di questo territorio, il pino loricato viene
considerato “un paleoendemismo terziario con areale anfiadriatico”,
relitto delle foreste a conifere oromediterranee della penisola
Balcanica e dell’Appennino meridionale.
Ampiamente diffuso sui rilievi
carbonatici nei periodi serici del Pliocene (fine Terziario- Messiniano),
ha subito un rapido declino nelle fasi glaciali del Quaternario che si
manifestarono nell’Appennino meridionale con modificazioni climatiche in
senso fresco e umido (Acquafredda P.
et al.,
1986).
Il protrarsi nel tempo di
condizioni ambientali oceaniche favorì l’affermazione delle latifoglie
decidue, quali querce e faggio che competitive nella disseminazione e
nell’accrescimento, invasero il territorio del loricato, relegandolo in
altitudine o in stazioni xeriche, rocciose e di cresta.
In riferimento ai piani di
vegetazione che si susseguono in altitudine nella serie appenninica, il
pino loricato viene collocato nella vegetazione colchica con carattere
azonale (Pignatti, 1996) caratterizzata da numerose specie relittuali
del Terziario (es.:
Ilex aquifolium, Hedera helix, Daphne laureola, Laurus nobilis, Taxus
baccata, ecc.).
Queste specie hanno trovato rifugio nella vegetazione post-glaciale e si
rinvengono prevelentemente nella fascia di transizione tra i boschi di
querce mesofile (vegetazione sannitica) e la faggeta (vegetazione
subatlantica).
Attualmente l’areale di
Pinus leucodermis
gravita nel settore di influenza
tirrenica dove prevalgono substrati cartonatici (calcari e dolomie del
Mesozoico) ad elevata xericità edifica associati ad una morfologia
rupestre diffusa ed accentuata che diminuisce oltre lo spartiacque
jonico.
La distribuzione si presenta
frammentata in popolamenti più o meno estesi all’interno di un’ampia
fascia bioclimatica compresa tra l’orizzonte sopramediterraneo e quello
oromediterraneo, occupando potenzialmente uno spessore altitudinale di
circa 1800 m.
Il nucleo più esteso è quello
del massiccio del Pollino che rappresenta oltre il 50% della superficie
complessiva ricoperta dalla specie (Avolio, 1984).
Il limite altitudinale inferiore
è rappresentato da stazioni comprese tra i 500 ed i 600 m s.l.m. nei
M.ti di Verbicaro ed Orsomarso (loc. “Golfo della Serra” e “Carpinosa”)
al contatto con la vegetazione mediterranea di macchia o lecceta.
Il limite altitudinale superiore
viene raggiunto sul massiccio del Pollino (Serra del Dolcedorme, 2240 m
s.l.m.) dove risale oltre il limite della faggeta costituendo rade
foreste sulle praterie d’altitudine e sulle creste.
I popolamenti con estensione
maggiore sono dislocati tra 1200 e 2000 m s.l.m. occupando una
superficie complessiva di 3899 ha (Avolio, 1984).
Molto meno ampia risulta la
superficie dell’intervallo altimetrico inferiore (800-1200 m s.l.m) con
1604 ha, mentre sia l’orizzonte supramediterraneo (quote inferiori a 800
m s.l.m.) che quello montano superiore (quote superiori a 2000 m s.l.m.)
sono occupate da popolamenti di limitata estensione.
Ad eccezione delle zone
d’altitudine dove la diffusione del pino loricato in tempi storici non
ha subito molti cambiamenti sia per la scarsa antropizzazione del
territorio, sia per l’assenza di competizione con altre specie arboree,
nelle altre fasce altimetriche si è verificata una progressiva riduzione
dei popolamenti causata dallo sfruttamento delle risorse boschive.
Nei M.ti di Verbicaro ed
Orsomarso e nel gruppo di M.te La Caccia la scomparsa della maggior
parte dei popolamenti al di sotto dei 1000m di quota si è verificata tra
la fine XIX° sec. e la prima metà del ‘900.
Mentre in molte zone i pini
mostrano una decisa di riconquista del territorio dovuta alle misure di
salvaguardia ed a una generale diminuzione della pressione antropica
nelle aree montane, la minaccia di un attacco parassitario rende
precaria la sopravvivenza dei loricati in molte stazioni.
L’epidemia avviene ad opera di
coleotteri scolitidi e provoca generalmente in breve tempo la morte
dell’albero.
Sono in corso indagini sui
popolamenti di loricati della Montea, che insieme a quelli di M.te La
Caccia sono stati i primi sui quali è stata segnalata l’infezione con
moria di nuclei consistenti di alberi anche di grosse dimensioni (80 cm
di diametro e 10-12 m di altezza).
Purtroppo notizie di nuovi
focolai scoperti in varie parti del territorio del Parco stanno
evidenziando una situazione che minaccia di provocare ingenti ed
irreversibili danni al patrimonio naturalistico del Parco del Pollino
che rischia di essere depauperato proprio di uno degli elementi di
maggior valenza biologica e paesaggistica.
ECOLOGIA
Pinus leucodermis
Antoine è una specie longeva a
crescita piuttosto lenta.
Il popolamento di Serra di
Crispo é formato da una ventina di alberi la cui età media è valutata
222 anni (Avolio, 1997) ed è segnalata sempre sul massiccio del Pollino,
la presenza di un esemplare di oltre 900 anni (Bavusi A.et al., 1992;
Corbetta et al., 1997).
Il fusto si presenta diritto e
maestoso, con rami corti e tozzi inseriti perpendicolarmente che portano
una chioma rada con addensamenti irregolari.
Quando l’apice vegetativo del
fusto perde la funzionalità per incidenti dovuti all’ostilità dei
fattori ambientali (fulmini, fuoco, attacchi parassitari),
l’accrescimento vegetativo può passare all’apice dei rami e il
portamento dell’albero diviene policormico.
La specie è tipicamente
mediterraneo-montana: anche nella germinazione dei semi si ha l’optimum
intorno ai 20° C, ma temperature inferiori e germinazione precoce sono
state messe in relazione con stazioni ad accentuata aridità estiva (Bernetti
G., 1995).
Le condizioni mesoclimatiche non
sembrano influenzarne particolarmente la diffusione: le stazioni
occupate dai loricati presentano in comune, oltre l’accentuata aridità
edafica, una notevole umidità atmosferica sotto forma di correnti umide
ascensionali o nebbie persistenti e una quantità di precipitazioni medie
annue sempre maggiori di 900 mm di pioggia.
Le esposizioni prevalenti
ricadono nei quadranti occidentali e sud occidentali; più rare e quasi
esclusivamente sulla Montea si rinvengono stazioni con esposizioni
settentrionali e orientali.
Il pino loricato forma
popolamenti radi con classi di copertura che anche nelle stazioni più
favorevoli difficilmente superano il 40%.
Non entra in competizione con
altre specie arboree perché occupa una nicchia ecologica molto ben
definita: rupi, ghiaioni, versanti in frana vengono colonizzati e
occupati solo da questa specie arborea che in tutto l’areale mostra
un’attiva e vivace rinnovazione proprio in presenza di tali condizioni
ambientali, soprattutto in quei territori dove la pressione antropica
negli ultimi decenni è notevolmente diminuita.
È il caso del popolamento di
“Prestieri” situato a quota 600 m alle pendici sud-occidentali di Monte
la Spina dove il pino loricato mostra il suo comportamento pioniero
colonizzando un conoide detritico (Petillo, 1991).
I loricati non si presentano mai
organizzati in bosco, ma crescono isolati l’uno dall’altro, insediandosi
di preferenza sulle creste, sugli affioramenti rupestri, nei cespuglieti
e nelle praterie d’altitudine senza mai arrivare a sostituirsi o ad
escludere le fitoocenosi caratteristiche di questi ambienti.
La maggior parte dei popolamenti
si rinviene nelle praterie aride con copertura discontinua formate da
bromo e sesleria (Seslerio
nitidae-Brometum erecti
Bruno 1968) diffuse nel
territorio montano del Parco del Pollino di cui ricopronoestesi versanti
ad elevata rocciosità affiorante fino a 1700-1800 m di quota.
Originatesi del contatto
avvenuto durante le glaciazioni del Quaternario tra la vegetazione
erbacea mediterraneo-montana (Brometalia
erecti) e le praterie
boreali e nord-europee (Sesleretalia
tenuifoliae) (Avena
et al., 1974), queste fitocenosi ospitano contemporaneamente sia specie
termoxerofile (es.:
Bromus erectus, Carex macrolepis, Thymus pulegioides, Anthyllis
vulneraria, Poligala major, Chamaecytisus subspinescens, Helianthemum
apenninum, Teucrium montanum,ecc.,)
che specie tipicamente d’altitudine (es.:
Sesleria nitida, Sesleria
tenuifolia, Carex kitaibeliana, Paronychia kapela, Armeria majellensis,
Festucabosniaca, Edraianthus graminifolius, Achillea mucronulata,
ecc.,) e rappresentano uno
degli aspetti di vegetazione più interessanti e particolari della
vegetazione appenninca.
Sugli affioramenti rupestri il
pino loricato si accompagna ad una rada vegetazione casmofila di specie
endemiche quali
Achillea lucana, Saxifraga paniculata, Saxifraga ligulata
(cfr.
Saxifrago-Achilletum lucanae
Corbetta et Pirone,
1981), mentre sui versanti instabili e detritici convive con le
fitocenosi caratterizzate dai pulvini di
Scabiosa crenata
(cfr.
Saturejo montanae Brometum
erecti scabietosum crenatae
Corbetta et Pirone, 1981).
Nei pascoli di quota non è raro
incontrare cespugli di ginepro prostrato (Juniperus
emispherica, Juniperus communis)
dai quali spuntano giovani individui di pino loricato.
La presenza di ginepri, non
appetiti dal bestiame, favorisce la rinnovazione dei pini offrendo
rifugio alle plantule dal morso e dal calpestio degli animali nonché
dagli agenti atmosferici.
CONCLUSIONI
Il pino loricato albero
emblematico di elevato valore biogeografico e paesaggistico, simbolo del
Parco Nazionali del Pollino è una specie che nell’“immaginario
collettivo” di quanti sono sensibili alle infinite forme della natura
assume i connotati del mito.
Le tante raffigurazioni di
questi alberi definiti “giganti” o “patriarchi” che svettavo sulle
creste, o emergono con contorni sfumati dalle nebbie degli altopiani,
hanno contribuito a crearne un’immagine da cartolina per turisti in
cerca di suggestioni.
Se fino a non molti anni fa le
descrizioni naturalistiche del massiccio del Pollino definivano il pino
loricato “un vero e proprio fossile vivente, ridotto a poche migliaia di
esemplari” (Farneti et al., 1977) fornendo l’impressione di trovarsi
davanti ad una specie sull’orlo dell’estinzione, le attuali conoscenze
permettono di considerarlo una specie endemica, localmente abbondante e
con una attività e vitalità rigenerativa mediamente elevata, ma
estremamente vulnerabile.
Vittima e protagonista di
alterne vicende climatiche e storiche è in questo periodo in fase di
espansione, ma minacciato gravemente dall’antropizzazione diffusa del
territorio e dall’infezione parassitaria degli scolitidi.
Tecnici e silvicultori hanno in
varie occasioni sottolineato le interessanti potenzialità del pino
loricato per i rimboschimenti in stazioni di alta quota, di crinale, su
substrati calcarei aridi e rocciosi dove altre specie di pini montani (es.:
Pinus nigra s.l., Pinus laricio) non danno risultati soddisfacenti.
In realtà, questo albero è
talmente legato ai monti dell’Appennino Calabro-Lucano da diventarne
l’elemento simbolico che amplifica il valore paesaggistico, già molto
elevato, del territorio del Parco del Pollino.
Risulta pertanto difficile
immaginare questi alberi in contesti paesaggistici diversi o lontani da
quelli nei quali spontaneamente la specie è presente.
È invece auspicabile e
necessario intervenire sulle popolazioni esistenti per non lasciar
distruggere ciò che le epoche passate ci hanno consegnato operando con
tecniche di restauro ambientale laddove i nuclei di loricato hanno
subito danni per incendi o la specie si presenta in regressione per
eccesso di pascolo e per gli attacchi parassitari dei coleotteri
scolitidi.
Le attività dell’Ente Parco
preposto alla tutela e alla ottimale gestione delle enormi risorse
ambientali di questo territorio sono in grado di mettere in atto gli
strumenti tecnici e legislativi per garantire la conservazione di questo
insostituibile patrimonio.
Bibliografia
ACQUAFREDDA P.,
PALMENTOLA G., 1986,
Il glacialismo
quaternario nell’Italia meridionale dal Massiccio del matese
All’Aspromonte,
Biogeographia, n.s., 10: 13-18.
AVENA G.C., BRUNO
F., 1974,
Lineamenti della
vegetazione del massiccio del Pollino (Appennino Calabro- Lucano),
Not.
Fitosociologia,10: 131- 158.
AVOLIO S., 1984,
Il pino
loricato (Pinusleucodermis Ant.),
Ann. Dell’Ist. Sperimentale per la Silvicoltura XV: 79-153.
AVOLIO S., 1997,
I
Giganti del Pollino,
in
S.O.S. Verde:
ambienti e specie da conservare,
Edagricole, Bologna: 287- 290.
BAVUSI A.,
SETTEMBRINO G., 1992,
Il Pollino: un
parco tra due mari in Natura in Basilicata,
Centro Studi Siroi, Alfagrafica Volonnino, Lavello: 113-141.
BERNETTI G.,
1995,
Silvicoltura Speciale,
Ed. Utet, Torino.
CORBETTA F.,
PIRONE G.F., 1981,
Carta della
vegetazione di M.te Alpi e zone contermini (Tav. “Latronico” della carta
d’Italia),
AQ/1/122, CNR, Roma.
CORBETTA F.,
PIRONE G.F., 1996,
La flora e le
specie vegetali di interesse fitogeografico in Basilicata,
in
Risorsa Natura in
Basilicata,
Regione Basilicata, n. 5-6: 127-142.
FARNETI G.,
PRATESI F., TASSI F., 1977,
Guida alla Natura
d’Italia,
Ed. Arnoldo Mondadori.
FASCETTI S.,
1996,
Alcune fitocenosi caratteristiche del paesaggio vegetazionale della
Basilicata,
in
Risorsa Natura in Basilicata,
Regione Basilicata, n. 5-6: 143-146.
GELLINI R.,
GROSSONI P., 1996,
Botanica
Forestale,
vol. I: 170-172.
Ed. Cedam, Padova.
LA VALVA V.,
1992,
Aspetti corologici della flora di interesse fitogeografico
nell’Appennino meridionale,
Giorn. Bot. Ital., 126 (2): 131-144.
LO DUCA G., 1998,
Pinus
leucodermisAnt.: distribuzione ed ecologia,
tesi di Laurea in Sc. Forestali, Univ. della Basilicata.
MOTTA A., 1996,
L’itinerario della Via Herculia tra Venusia e Potentia,
in
Archeologia in Basilicata,
Regione Basilicata, n. 2-3: 71-78.
PETILLO B., 1991,
Ecofisiologia e distribuzione di Pinus leucodermis Ant. In Basilicata,
tesi di Laurea in Sc. Forestali, Univ. della Basilicata.
PIGNATTI S.,
1982,
Flora dÕItalia,
vol. I: 80.
PIGNATTI S.,
1994,
Ecologia del Paesaggio,
Ed. Utet, Torino.
PIRONE G., 1997,
Le
pinete a pino loricato,
in
S.O.S. Verde: ambienti e specie da conservare,
Edagricole, Bologna: 284-286.
TUTIN
et al.,
1996,
Flora Europaea,
vol. I: 43.
Cambridge University Press.
|