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IL PINO LORICATO: UNA STORIA UN SIMBOLO Emanuele Pisarra |
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Una storia Sono passati trent’anni dalla prima ricerca sistematica sul pino loricato condotta dall’Istituto di Selvicoltura di Cosenza diretto dal prof. Silvano Avolio. Uno dei primi risultati di questa ricerca è la constatazione che la specie è in lenta ma costante espansione sia in Calabria che nel versante lucano con la maggior parte dei popolamenti in buono stato vegetativo e con presenza di continua rinnovazione naturale. Sembra rientrato l’allarme lanciato dal prof. Ernesto Allegri[1] nella rivista “Monti e Boschi”, nel 1954, il quale riteneva che i colossi solitari delle vette calabro-lucane non fossero più in grado di produrre seme fertile e quindi si stavano avvicinando all’estinzione. Il Pino Loricato “Pinus Leucodermis Antoine” è specie forestale europea ad area circoscritta all’Italia e alle nazioni centro-occidentali della penisola balcanica: Jugoslavia, Albania, Grecia e Bulgaria[2]. In Italia la specie è presente in quattro distinti gruppi naturali di vegetazione: due a distribuzione appenninica (Monte Alpi; Spina-Zàccana)[3]; due a dislocazione costiera (Palanuda, Pellegrino, Montea). Il primo gruppo segna il limite settentrionale (Monte Alpi di Castelsaraceno) dell’area della specie in Italia; quello della Montea costituisce il confine meridionale (Monte Cannitello) e occidentale (Monte La Caccia); quel del Pollino il limite orientale (Timpa di San Lorenzo). Complessivamente l’area di distribuzione ha una superficie di 5678 ettari; ricadenti per il 50% nel Massiccio del Pollino per il 38% nei due settori costieri e per il 12% nel gruppo montuoso lucano. La conclusione di questo studio condotto da Avolio è che ci sono da distinguere due forme di Pino Loricato: nel Pollino si incontra il Pinus Leucodermis vero e proprio; mentre nella penisola balcanica esso convivrebbe con il pino di Bosnia, diverso, per caratteristiche abbastanza sottili, difficili da cogliere per l’osservatore medio[4]. Ma perché questo albero è così importante tanto da essere l’unico simbolo vegetale di un parco? Fin dagli inizi dell’ottocento soltanto pastori e boscaioli erano a conoscenza di questi grossi pini in cima a queste montagne nel meridione. Tant’è che il loro legno pregiato e impregnato di resina veniva impiegato per costruire bauli resistenti alla salsedine per usarli durante la navigazione per raggiungere le Americhe da parte dei nostri emigranti. Mentre altri lo usavano come cero votivo in occasione della festa della Madonna del Pollino[5]. Il primo raccoglitore di alcuni rametti di “pioca” (così si chiama in dialetto questo albero) fu il botanico napoletano Michele Tenore, grande esperto nonché fondatore e primo direttore dell’Orto botanico di Napoli, nel 1826, durante una sua peregrinazione nelle, allora sconosciute, montagne del Regno. Anche Achille Terracciano raccolse nel 1890 semi e rametti di pino loricato. Ma nessuno dei due si accorse che si era di fronte ad una specie nuova. Tutti lo confusero con specie simili al pino silvestre, al pino mugo o al laricio. Nel frattempo il tedesco Theodor Von Heldreich aveva scoperto nel 1863 in Grecia un pino molto simile che poi Herman Christ avrebbe a lui dedicato. (Pinus Heldreichii). Nello stesso momento per un pino trovato in Jugoslavia F. Antoine coniava la denominazione “Pinus Leucodermis”[6], per ricordare la bianca corteccia, dalla quale in seguito veniva fuori la denominazione di “Palebark Pine”. L’altra peculiarità della corteccia, la sua fessurazione in grandi placche darà vita alla denominazione di “Panzerkiefer” del botanico tedesco Beck Ritter Von Mannagetta. Infine, fu l’insigne naturalista di Laino Borgo, Biagio Longo, che per primo, nel 1905, propose il termine di Pino Loricato[7]. Simbolo In seguito divenne simbolo oramai famoso del Parco, ideato dall’Associazione Amici del Parco Nazionale del Pollino di San Lorenzo Bellizzi, fatto elaborare su incarico di Franco Tassi, all’artista Salvatore Felici, per animare la campagna, agli inizi degli anni settanta, per l’istituzione dell’omonimo parco. Questa pianta si presta anche come oggetto di studio di cambiamenti climatici locali e quindi mostra anche la capacità di adattarsi a nuovi ambienti. In seguito a questi studi che è stato scoperto sul Pollino il Pino Loricato di oltre 900 anni[8]. Con ogni probabilità siamo di fronte all’albero più vecchio d’Europa. Ma come sono arrivati a questo risultato? La scienza che studia questa materia si chiama: dendrocronologia. Il primo ad intuirne l’importanza di conoscere l’età delle piante fu il grande Leonardo Da Vinci, che ne studiò a fondo gli anelli dei tronchi [9]. Un tipo di piccola trivella viene introdotta nel tronco da cui si ricava una carota di circa cinque millimetri di diametro. Tutto questo viene portato in laboratorio e, con l’aiuto di un microscopio, si studia l’alternanza tra strisce chiare e strisce scure, le quali consentono di seguire il cambio delle stagioni. La differenza di grandezza degli anelli può indicare anche elementi di disturbo che ha subito la pianta (incendi, siccità, diradamento di boschi) durante la sua vita. Tutti questi dati vengono poi inseriti nel computer e così si potrà ricostruire, anche se per uno spazio limitato, le mutazioni climatiche di quel dato posto. Sicuramente il futuro ci riserverà delle sorprese e l’ipotesi di avere a che fare con un popolo di giganti millenari sta acquistando sempre maggiore consistenza. [1] E. ALLEGRI, Pino Loricato, in Monti e Boschi, 5 (11-12): 531-534, Firenze, 1954. [2] S. AVOLIO, Il Pino Loricato, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 1996. [3] S. AVOLIO, “Il Pino Loricato in Italia: ecologia e selvicoltura”, comunicazione al Convegno “Il Pino Loricato”, Roma 19 aprile 1985 , pp 13-23. [4] F. TASSI, Il Pino venuto dall’oriente, in Airone, n° 93/gennaio 1989, p 123 [5] S. AVOLIO, idem, pp. 58,59 [6] F. BONELLI, Il pino Loricato in Italia e il suo impiego nei rimboschimenti, opuscolo in fotocopia senza data e stampa [7] AA VV, Biagio Longo e la scienza botanica, Istituto Comprensivo “B. Longo” – Laino Borgo, Edizioni Prometeo, Castrovillari, 2002 [8] F. TASSI, Il Pino venuto dall’oriente, in Airone, n° 93/gennaio 1989. [9] G. FRANCESCATO, scoperto il matusalemme degli alberi italiani?, \in Airone, n° 93/1989, p. 128
FONTE SCHEDA TRATTA DAL CD ROM “FORESTE DI CALABRIA” EDITO DALL’ASSESSORATO FORESTE E FORESTAZIONE DELLA REGIONE CALABRIA www.acalandrostour.it |