Risposte ecofisiologiche di Pinus leucodermis ad alta quota in ambiente mediterraneo

 
 

 

Guerrieri MR* (1), Todaro L (1), Carraro V (2), De Stefano S (1), Lapolla A (1), Saracino A (3)

 

Introduzione

Negli ultimi anni la crescita degli studi riguardanti gli  alberi  vegetanti  alla  treeline  è  motivata  dal  fatto che i cambiamenti climatici potrebbero avere marcati effetti in questo ecotone. Almeno tre sarebbero, infat­ ti,  i  cambiamenti  cui  le  piante  dovrebbero  adattarsi (Grace et al. 2002). Essi riguardano l’aumento: 1) del­ la concentrazione di CO2 nell’atmosfera; 2) della temperatura; 3) delle deposizioni azotate.

Nel bacino del Mediterraneo, gli effetti dei cambiamenti climatici si manifestano mediante riduzione e variabilità  stagionale  delle  precipitazioni  e,  quindi, con  un  prolungamento  del  periodo  di  stress  idrico

(Osborne  et  al.  2000).  Ciò  può  influenzare  in  modo significativo la distribuzione e la composizione della vegetazione.

Pinus  leucodermis  (=  Pinus  heldreichii  var.  leucoder­ mis) è specie relitta delle foreste oromediterranee del Terziario, il cui areale si estende principalmente nel­ la  penisola  Balcanica,  con  unappendice  disgiunta sud-occidentale ristretta alle montagne tra Basilicata e Calabria. Nell’Appennino meridionale la specie vegeta in un ampio range altitudinale, compreso fra le propaggini superiori della vegetazione mediterranea sempreverde (400-500 m s.l.m.) ed il limite superiore della  vegetazione  arborea  (2000-2100  m  s.l.m.)  con preferenza per le posizioni rupestri e i conoidi detritici (Avolio 1984, Petillo 1990, Hofmann 1991).

Le  popolazioni  di  P.  leucodermis  più  vetuste  sono relegate  nella  porzione  superiore  di  versanti  carb natici, al di sopra del limite superiore di vegetazione in  massa  di  Fagus  sylvatica.  Esse  ricadono  nel  cuore del  Parco  Nazionale  del  Pollino  dove  le  attività antropiche  sono  soggette  a  restrizioni  dal  1993,  anno della sua istituzione. Tali  popolamenti sono  caratterizzati  da  basse  densità  (20-40  piante  per  ha),  con piante di dimensioni imponenti (0.6-1.2 m di diametro  a  petto  d’uomo)  e  di  età  molto  avanzata,  fino  a

1000 anni (Serre-Bachet 1985, Biondi & Visani 1993). La diminuzione della temperatura al crescere della quota è il fattore che limita fortemente la distribuzione degli alberi al loro limite superiore di distribuzione. Piuttosto  che le  temperature  invernali  di  per  sé, la breve durata del periodo vegetativo, il prolungato gelo e il vento sono i fattori che rendono difficile  la sopravvivenza della  vegetazione  arborea  all’aumentare   della   quota   (Tranquillini   1979,   Holtmeier   & Broll 2005).

Le severe condizioni climatiche che si verificano in alta quota condizionano l’habitus di P. leucodermis. La chioma  è,  di  norma,  tabulare  e,  spesso,  a  profilo asimmetrico, a causa dei danni meccanici inferti dal vento  e  dai  sovraccarichi  di  neve  e  dai  cristalli  di ghiaccio. Il fusto mostra, quasi sempre, una o più lesioni longitudinali impartite da fulmini che, in occasione di temporali estivi, si abbattono frequentemente  nell’area.  Molto  frequenti  sono,  inoltre,  ferite  da ascia localizzate nella parte bassa del fusto e il taglio di grosse branche inferiori, dovute alle attività legate alla pastorizia.

Il periodo vegetativo si svolge tra la fine di maggio e la fine di settembre. In estate sono frequenti giornate con andamento termico limitante per la fotosintesi e/o  con  elevata  umidità  atmosferica  che  condensa sulle chiome fino a determinare sgocciolamento sottochioma.

Per P. leucodermis i principali riferimenti in lettera­ tura,  relativi  alle  popolazioni  del  gruppo  montuoso del Pollino e dintorni, riguardano il comportamento di  germinazione  di  semi  raccolti  a  quote  differenti

(Borghetti  et  al.  1986),  lo  studio  della  rinnovazione naturale  (Petillo  1990),  lo  studio  dendrocronologico di piante  di alta quota (Serre-Bachet 1985,  Biondi  & Visani 1993, Todaro et al. 2007), l’andamento stagionale  dell’attività  xilematica  (Rossi  et  al.  2006)  e  il comportamento  fotosintetico  di  semenzali  generati da  semi  raccolti  a  quote  differenti  (Colom  et  al.2003).

Nel  presente  lavoro  vengono  presentati  alcuni  risultati relativi allo studio dendrocronologico ed eco­ fisiologico dei popolamenti di P. leucodermis vegetanti al di sopra del limite superiore del faggio, nel Par­ co Nazionale del Pollino. A partire dal 2002 sono st te istituite aree permanenti in soprassuoli ubicati fra

1800  e  2032  m  s.l.m.,  al  cui  interno  sono  comprese piante  ultrasecolari  vegetanti  allo  stato  isolato.  L’a­ nalisi  dendrocronologica  degli  ultimi  600  anni  circa

(1464-2003) ha avuto come obiettivo quello di documentare  le  variazioni  temporali  di crescita radiale  e di indagarne le relazioni con il clima, utilizzando le temperature  medie  e  le  precipitazioni  del  periodo 1925-2000.  Lo  studio  del  comportamento  ecofisiologico in situ ha avuto come obiettivo principale quello di individuare il fattore climatico che maggiormente regola le relazioni idriche di P. leucodermis alla treeline. Curve di risposta della fotosintesi alla luce sono state  costruite  allo  scopo  di  indagare  le  potenziali biochimiche della specie.

 Materiali e metodi

 Area di studio

L’area di studio ricade in zona 1 del Parco Nazionale  del  Pollino,  in  locali  Serra  di  Crispo  (39°  56’ N, 16° 12’ E, fra 1800 e 2032 m s.l.m.), nel Comune di Terranova  del  Pollino  (Provincia  di  Potenza,  Basil cata).

Serra  di  Crispo  è  una  dorsale  rocciosa  ad  andamento N-S. Le tre aree permanenti (1.0 ha ciascuna) sono collocate sulla porzione superiore del versante esposto  ad  Ovest,  a  pendenza  variabile  fra  40%  e 60%. Il substrato roccioso  è costituito  da calcari fessurati  ceroidi  grigi  e  nocciola  e  calcari  grigio  bruni del  Mesozoico.  Serra  di  Crispo,  e  le  contigue  Serra delle  Ciavole,  Serra  Dolcedorme  (a  Sud)  e  Monte Pollino  (a  Ovest)  formano  un  ampio  anfiteatro  che racchiude i Piani del Pollino ove sono molto evidenti i morfotipi glaciali del Würm.

Gli affioramenti rocciosi sono ben diffusi e il suolo si  presenta  in  tasche  poco  profonde,  costituite  da rendzina con humus di tipo xeromoder. A causa della  distribuzione  irregolare  delle  precipitazioni  nel corso dell’anno, il clima è mediterraneo di tipo umido.  Le  precipitazioni  medie  annue  sono  dell’ordine di  1570  mm  distribuite  per  il  39.5%  in  inverno,  il 23.7% in primavera, il 29.2% in autunno e il 7.6% in

estate. A 2000 m la temperatura media annua è di 4  °C  (Avolio  1984),  mentre  la  durata  della  copertura della neve va da Novembre a Maggio.

Gli  alberi  isolati  di  P.  leucodermis  (Fig.  1)  punteggiano  una  prateria  discontinua  ascrivibile  al  Caricetum-Seslerietum   nitidae  (Bonin   1978),   intercalata,  a tratti, con arbusti di taglia molto bassa a dominanza di Juniperus hemisphaerica Presl. e gruppi di Gentiana lutea  L.,  Daphne  oleoides  Schreber,  Rhamnus  pumilus Turra  e  Sorbus  graeca  (Spach)  Kotschy,  localizzati  in aree decisamente rocciose.

 

Misurazione ecofisiologiche

All’interno  di  unarea  permanente  sono  stati  indi­

viduati tre alberi (T) con le seguenti caratteristiche:

T1 ø = 1.05 m, h = 11 m, estimata 600 anni;

T2 ø = 1.01 m, h = 9 m, età stimata 600 anni;

T3 ø = 0.19 m, h = 5 m, età 40 anni.

Nel  corso  delle  stagioni  vegetative  2004  e  2005 sono stati misurati i seguenti parametri ecofisiologi­ ci:  1)  densità  di  flusso  xilematico  (u),  2)  potenziale idrico di base (Ψb) e potenziale idrico giornaliero (Ψg) degli  aghi;  3)  curve  di  risposta  della  fotosintesi  alla variazione della quantità di flusso radiante (A/Q) su aghi  di  1  anno,  in  due  giornate  con  cielo  sereno (giorni giuliani 209 e 210 nel 2005).

Per la misura della densità di flusso (u) è stato utilizzato il metodo termoelettrico (Granier 1985, 1987). I sensori, costituiti da una coppia di aghi ciascuno contenente una termocoppia e avvolti con un rivesti­ mento  resistivo,  sono  stati  inseriti  radialmente  nell’alburno  (direzione  NE  del  fusto)  ad  una  distanza verticale di circa 12 cm uno dall’altro, a circa 1.30 m da  terra  e  protetti  dalle  escursioni  termiche  esterne...

 

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(1) Dipartimento di Scienze dei Sistemi Colturali, Forestali e dell’Ambiente, Università della Basilicata, v.le dell’Ateneo

Lucano 10, I-85100 Potenza (Italy); (2) Dipartimento del Territorio e dei Sistemi Agro-Forestali, Viale dell’Università

16,  Università  degli  Studi  di  Padova,  I-35020  Legnaro  (PD  -  Italy);  (3)  Dipartimento  di  Arboricoltura,  Botanica  e

Patologia Vegetale, Via Università 100, Università degli Studi di Napoli Federico II”, I-80055 Portici (NA - Italy). -

*Corresponding Author: Maria Rosa Guerrieri (maria.guerrieri@unibas.it).

 

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