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UNA CITTÀ, UNA
DIOCESI - LUNGRO
E Dio parlò
arbresh di Annachiara Valle -
foto di Alessia Giuliani/Catholic Press Photo
Una piccola diocesi, con
una lunga storia e un grande patrimonio spirituale. È questo
l’identikit dell’eparchia di Lungro: in questa porzione della
provincia cosentina, infatti, vive da seicento anni una comunità di
origini albanesi la cui fede, di tradizione bizantina, si è
conservata e integrata nella Chiesa
cattolica.
Una diocesi a macchia di leopardo. Fisicamente dispersa, ma
compatta attorno alle tradizioni, alla lingua, ai valori, alla fede.
L’eparchia di Lungro, istituita nel 1919, raccoglie un popolo,
quello italo-albanese, sbarcato in Italia nella seconda metà del
1400. «Con l’avanzata dei turchi», spiega papàs Sergio Lanza,
parroco del Santissimo Salvatore a Cosenza e rettore del seminario
arbresh, «i nostri avi hanno attraversato lo Jonio per
salvare la vita e la fede». Un popolo fiero e coriaceo che ha la
liturgia bizantina come collante principale e la lingua albanese
antica come segno di riconoscimento.
«La nostra eparchia, come si chiamano le diocesi
greco-cattoliche», aggiunge Angela Castellano Marchianò, per molti
anni dirigente di Azione cattolica e attualmente direttrice
dell’Ufficio diocesano per la cooperazione missionaria, «in realtà
si caratterizza per l’uso di due lingue: l’albanese antico come
lingua parlata e il greco come lingua rituale. I nostri avi erano
gli esuli albanesi, dopo l’invasione dell’impero bizantino da parte
dei turchi e la morte dell’eroe nazionale Skanderberg. I discendenti
di quegli uomini e di quelle donne hanno sempre mantenuto lingua e
rito con convinzione e caparbietà, anche nei secoli in cui la
diocesi non era stata ancora istituita».

L’abside della
chiesa di Santa Maria Assunta, a Civita.
È monsignor Giovanni Mele, primo vescovo di Lungro, che cerca di
ritessere una tela tra le tante comunità disperse. Sebbene, infatti,
il popolo avesse mantenuto in comune molte delle tradizioni antiche,
mancava una uniformità anche esteriore nelle pratiche religiose. Le
influenze latine, in più di una occasione, si erano fuse con le
tradizioni bizantine tanto che il vescovo nel 1922 dovette scrivere
una lettera di "Disposizioni per il clero", un testo breve nel quale
dettava le prime regole comuni per le comunità parrocchiali.
Monsignor Mele, a dorso di mulo, girò tutta la sua diocesi:
paesini di montagna quasi inaccessibili, comunità isolate, paesi più
grandi, piccoli insediamenti. Si spinse anche in Puglia e
Basilicata. «Nacque in quegli anni l’idea di costruire una rete che
tenesse in collegamento le persone in un territorio così
frammentato», spiega l’avvocato Giuseppe Capparelli, ex presidente
dell’Azione cattolica diocesana. «Proprio per questo motivo quel
vescovo e poi i suoi successori vollero promuovere fortemente
l’associazione. Qui non ci sono movimenti o altri gruppi ecclesiali.
I vescovi hanno puntato sull’Ac per costruire un collegamento.
L’esperienza è stata positiva tanto che, anche se geograficamente
dispersi, oggi siamo spiritualmente compatti».
Una panoramica
delle campagne intorno a Lungro, sede della eparchia
greco-cattolica.
A
nutrire questa compattezza, da qualche anno c’è anche la scuola di
formazione teologica. Nata a Lungro ufficialmente nel 1989 – anche
se tanti incontri si erano già tenuti – è divenuto punto di
riferimento e di approfondimento della propria fede e della propria
tradizione. «Sono soprattutto i laici che la frequentano», aggiunge
l’attuale presidente dell’Ac, Luigi Viteritti, «ed è un bene
riscoprire, approfondire e valorizzare la nostra teologia e la
nostra liturgia. Per noi il rito è proprio una questione
ontologica». Di questa importanza sono convinti tutti, anche coloro
che praticano meno, anche i giovani «che si vedono a Messa solo nei
momenti più forti dell’anno come Pasqua, Epifania e Natale», dicono
i sacerdoti.
«Il rito non è solo forma, ma è sostanza, è cultura», sottolinea
papàs Antonio Trupo, direttore della Caritas. Da Civita, un paesino
di mille abitanti a sud del Pollino, guida da anni i volontari e gli
operatori Caritas. Mostra, con orgoglio, il piccolo museo che
raccoglie la storia di questo popolo, i vecchi utensili, i vestiti
da sposa delle donne, antiche fotografie e disegni. «Gli abiti più
preziosi sono andati persi», spiega, «perché per tradizione le donne
vengono sepolte con l’abito da sposa, quello più bello e prezioso,
spesso ricamato in oro».

Papàs Andrea
Quartarolo durante la celebrazione della Messa nella chiesa di S.
Demetrio Megalomartire, a San Demetrio.
Ci fa vedere, compiaciuto, la chiesa del paese e poi raggiungiamo
attraverso le stradine strette il punto più alto. Da qui guarda in
giù, verso la gola profonda scavata dal fiume Raganello. «Gli
arbresh sono un po’ come questo paesaggio», spiega: «Duri come la
roccia, ma accoglienti come una culla, vitali come il fiume,
silenziosi e affascinanti come queste gole». Sono tra le più
profonde d’Europa e ogni anno 30 mila turisti si muovono per
vederle. Quando arrivano qui trovano un paese accogliente. Una
disponibilità di cui non usufruiscono solo i viaggiatori. Durante la
guerra in Kosovo, i profughi cercarono innanzitutto i loro antichi
"fratelli". Vicini per lingua e tradizione, si sono trovati a loro
agio fra gli arbresh. Che li hanno accolti anche in casa: «Solo a
Civita», dice papàs Trupo, «oltre cento».
Molti di quegli immigrati sono poi partiti per il Nord Italia
alla ricerca di lavoro. «Alcuni sono rimasti e si sono integrati al
punto da rinunciare alla loro lingua per parlare l’albanese antico.
Noi, però, li incoraggiamo, anche a scuola, a non perdere le loro
tradizioni», aggiunge Viteritti. «Siamo convinti che ogni cosa va
conservata e tutelata perché fa parte dell’identità di un popolo.
L’integrazione non può essere a scapito della propria cultura. Noi
lo sappiamo per esperienza e, anche in questa capacità di restare
noi stessi, risiede la nostra originalità».

L’esterno
della chiesa di Sant’Adriano, a San Demetrio Corone.
Pure
Viteritti, come quasi tutte le persone che si incontrano in queste
terre, ci tiene a sottolineare che «siamo rimasti quel che eravamo.
Non abbiamo mai abiurato all’Ortodossia e mai abbiamo fatto adesione
al cattolicesimo. Siamo stati naturalmente riuniti al Papa, restando
fedeli alla nostra tradizione bizantina». Una tradizione che si
esprime non solo con una liturgia molto ricca, ma anche con i
colori, l’arte, i mosaici. E soprattutto con le icone: «Le immagini
sono una strada per arrivare al mistero attraverso la bellezza, sono
una manifestazione anche della misericordia di Dio», spiega
l’archimandrita Mario Pietro Tamburi, parroco di San Nicola di Mira,
a Lungro. «Dio si rivela attraverso le immagini e l’immagine è un
linguaggio non solo umano».
Nelle ricchissime chiese di questa diocesi le icone hanno sempre
un posto in primo piano, sebbene in talune si ritrovino pure un
certo numero di statue. È una delle influenze latine, che però i
greco-cattolici rispettano. Una delle norme, infatti, prescrive che
non si introducano nuove statue nelle chiese, ma che si conservino
quelle che già si trovavano nel luogo sacro.

La
celebrazione di un battesimo a Lungro.
«È una forma di estremo rispetto per le tradizioni degli altri»,
aggiunge l’archimandrita, «anche se per noi le icone hanno un valore
molto diverso da quello delle statue. Per noi esse sono un
sacramento, una manifestazione precisa che il Signore fa. Ci sono
dei criteri anche scientifici e geometrici molto precisi per
dipingere un’icona. Per esempio, nella tradizione bizantina le
spalle devono essere due volte il capo e l’altezza nove volte. La
distanza tra gli occhi corrisponde alla larghezza di un occhio. E
così via. Nonostante questi criteri così precisi, però, ogni icona è
diversa dall’altra perché, poiché è Dio che si comunica, il mistero
si rinnova ogni volta».
Una
speciale rilevanza viene data all’iconostasi. Le tre porte che
separano l’altare dai fedeli sono un vero trattato di teologia. A
destra è sempre il Cristo pantocratore. Dalla porta centrale entra
solo il sacerdote, mentre dalle porte laterali entrano i diaconi. Lo
spazio è interdetto alle donne. Possono entrarvi soltanto le suore o
le mogli dei preti. «Questo non significa che le donne abbiano un
ruolo inferiore nella nostra Chiesa», spiega papàs Sergio Lanza,
«anzi, al contrario. La donna da noi è molto valorizzata». La Chiesa
greco-cattolica, infatti, ammette il matrimonio per i propri preti,
che però può essere celebrato soltanto prima dell’ordinazione
sacerdotale, e questa può essere ricevuta dopo un periodo di
formazione comune e dopo espresso consenso della moglie. «Ed è una
benedizione», sottolinea il rettore del seminario, sacerdote sposato
e padre di tre figlie. «È una vocazione che si porta avanti insieme.
Penso che la gente ci veda più vicini alla loro vita quotidiana, è
portata anche a fidarsi di più», dice.

Alcuni abitanti di
Civita sul corso principale del paese.
A
Cosenza, dove papàs Lanza è stato nominato parroco da pochi anni, la
sua è l’unica chiesa di rito bizantino e lui è l’unico sacerdote
sposato. «All’inizio, vedermi per strada con la mia famiglia creava
qualche curiosità. Ma è durato poco. Per la gente oggi è normale
considerare me e mia moglie una normalissima coppia. E non c’è più
chi resta sorpreso se, telefonandomi a casa, si sente rispondere da
una delle mie figlie "papà torna più tardi". Non c’è stata nessuna
difficoltà per questo, anzi credo che l’essere sposato mi sia stato
di grande aiuto quando si è trattato di inserirsi in città».
Con il resto della Calabria gli arbresh condividono speranze e
problemi. «Forse l’unico problema che non ci tocca è la
’ndrangheta», dice papàs Trupo, «siamo comunità molto piccole e il
controllo sociale è strettissimo. È difficile che fenomeni come
questo possano attecchire da noi. Anche la criminalità comune e lo
spaccio di droga sono fenomeni che vengono portati dall’esterno, e
comunque restano fenomeni molto circoscritti». A preoccupare,
invece, è la partenza dei giovani:
«Vanno via per studiare, per
trovare lavoro, per vivere meglio. E così i nostri Paesi si
spopolano», aggiunge Viteritti, «e questo ci indebolisce. «Anche da
qui, da San Demetrio Corone, che è uno dei paesi più grandi della
diocesi, i giovani vanno via. Per noi questo è un dramma maggiore
rispetto agli altri paesi calabresi, perché se scompare una nostra
comunità è un intero mondo che si perde».
Camminando per questi paesi si ha l’impressione di essere
catapultati in Oriente. «Siamo numericamente insignificanti»,
aggiunge papàs Trupo, «ma abbiamo una grande importanza. La presenza
di due diocesi di rito bizantino (l’altra è Piana degli Albanesi, in
Sicilia, ndr) significa nutrire un piccolo lembo di mondo
greco in Italia. Prima eravamo appena tollerati se non proprio
malvisti. Oggi siamo apprezzati, invogliati ad andare avanti e a
recuperare ciò che abbiamo perso. Questa piccola comunità, di fronte
alla Chiesa italiana, è un esempio di integrazione, perché non siamo
"uniati", ma viviamo integrati con i latini pur conservando le
tradizioni ortodosse».

Un’icona nella
chiesa di Santa Maria Assunta.
Qualche difficoltà la sta creando l’immigrazione rumena. I
greco-cattolici che vengono dall’Est, infatti, sono "uniati" e per
essere inseriti nella diocesi devono sposare completamente le
tradizioni italo-albanesi: «All’inizio», spiega Trupo, «c’è stata
una certa diffidenza nei loro confronti. La tensione con gli
ortodossi nei loro Paesi di provenienza ha penalizzato anche noi nei
rapporti ecumenici con l’Est. Inoltre, il fatto che alcuni dei
nostri siano passati al mondo ortodosso ha creato qualche imbarazzo.
Abbiamo detto chiaramente che non possiamo programmare incontri
ecumenici con chi fino a ieri era da quest’altra parte. Però siamo
sicuri che queste difficoltà si possano superare».
Tutti insistono sulla grande capacità degli italo-albanesi di
essere un ponte tra due sponde. Non solo tra Oriente e Occidente, ma
anche tra le persone dei territori in cui vivono. «L’essere così
dispersi», dice Angela Castellano Marchianò, «ha comportato molte
difficoltà, ma ha anche consentito di non chiudersi in un unico
territorio, di aprirsi agli altri e di arricchirsi reciprocamente
allargando gli orizzonti». Apertura e fedeltà: «La Chiesa di Lungro
assomiglia a un piccolo Israele», conclude papàs Lanza, «dopo cinque
secoli, dopo persecuzioni e molto peregrinare, manteniamo ancora
vive le tradizioni dei padri, manteniamo la lingua e il rito,
manteniamo la fede».
Annachiara
Valle
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Estratto da: Jesus aprile 2008
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