CANYON DEL RAGANELLO

 

 

Torna indietro

 

 

 

IL RAGANELLO TRA MITO E  TABU'

 

Per chiunque sia nato a Civita il Torrente Raganello è stato sempre un tabù da osservare, da subire o da accettare in silenzio. Soprattutto dopo la morte del "tedesco" avvenuta in seguito alla caduta in acqua da una altezza notevole. Questo triste evento rafforzò nella comunità l'idea di un fiume pericoloso, difficile e impossibile da visitare. A nulla valsero le raccomandazioni dei "grandi" sui pericoli che si incorrevano nell'andare al fiume. Un giorno di tarda primavera marinammo il doposcuola e ci avviammo verso il "Sacco" per entrare nel fiume. Fu un esperienza bellissima. Ci dimenticammo del tempo e ben presto ci colse il buio. Ovviamente i genitori non vedendoci ritornare a casa dopo l'orario del doposcuola si preoccuparono , e non poco, del notevole ritardo. Quando ci videro arrivare ancora bagnati capirono subito dove andammo e giù botte da orbi. Per interi pomeriggi fummo controllati a vista: al doposcuola e subito dopo a casa. Non ci fu permesso di disputare neanche la solita partita pallone. Ma noi imperterriti, sfruttando ogni occasione propizia,  continuammo ad andare al fiume. Imparammo a nuotare o quantomeno a tenerci a galla, ed iniziò così la nostra carriera di piccoli esploratori del Raganello almeno oltre le notizie che riuscivamo a sapere dai cacciatori e pastori del paese. Sapevamo tutte le "poste" (luoghi dove i cacciatori si appostavano in attesa del passaggio dello stormo di colombi selvatici di passo) dove si mimetizzavano i cacciatori locali per sparare ufficialmente ai colombi. Così come eravamo a conoscenza degli altri punti di passo per la caccia al cinghiale, oppure dove si raccoglieva il miglior origano del Pollino per "insaporare" le carni. Grandi discussioni con i pastori che avevano percorso il fiume in lungo e in largo. I fatti tristi e belli accaduti sulle sue sponde. I commerci attraverso i Ponti d'Ilice e del Diavolo che hanno portato molta ricchezza all'economia civitese. Le rotte del vino spesso si sono intrecciate con le vicende del fiume dove si confrontavano mulattieri attenti e spericolati con situazioni viarie al limite dello spazio fisico a precipizio sull'alveo: un mondo vecchio che oggi non esiste più. Tutte le abitazioni a ridosso del Raganello sono state fagocitate dalla vegetazione: si fa fatica a credere che in quegli spazi hanno trascorso la vita molte generazioni di uomini e donne, lavorando come bestie per un tozzo di pane. 

Ma tutto questo non ci bastava: volevamo vivere i luoghi in prima persona. Iniziammo così l'esplorazione sistematica del fiume, improvvisandoci alpinisti, nuotatori, ornitologi e fotografi. Conserviamo oltre a bei ricordi anche delle ottime immagini di quei tempi.

Oggi tutto tace.

Se si percorre una di queste antiche mulattiere, in primo luogo si fa fatica a trovarne traccia, poi uno stenta a pensare che questi sentieri hanno supportato tutto questo "traffico". Zio Ambrogio Bellusci mi raccontava che sul Ponte d'Ilice vi sono passate intere carovane di muli provenienti da Alessandria del Carretto, San Lorenzo Bellizzi e San Costantino Albanese, che venivano a Civita per prendere il vino. Spesso la notte si fermavano in paese, dormivano nelle stalle accanto ai muli, per poi ripartire alle prime luci dell'alba. L'avvento del carro fece spostare le rotte del vino su tracciati più comodi. Infine, l'automobile, cambiò completamente l'assetto stradale dei viaggiatori che si spostavano lungo l'asse viario del Raganello.

Oggi tutto tace.

In alcuni periodi dell'anno si vedono gruppi di escursionisti legati al mondo del CAI che arrancano con fatica - ma contenti e felici dei paesaggi superbi - lungo le sponde del Raganello, sulla cresta della Timpa del Demonio; in estate si affolla di torrentisti desiderosi solo di compiere la "discesa" senza guardarsi intorno del fantastico mondo antico fatto di rocce depositate in milioni di anni e lavorate in silenzio dall'impetuosità dell'acqua che tutto trasforma.

Poi di nuovo il silenzio. Interrotto solamente dal sibilo dei grandi rapaci che sfrecciano a forte velocità alla ricerca di cibo e dal vento impetuoso che – a seconda delle stagioni – soffia dal basso verso l’alto (in estate ed autunno) e dall’alto verso il basso (in inverno e primavera) “fischia” come se volesse farsi sentire di esserci e di raccontare quello che in migliaia di anni ha sentito: unica differenza è che nessuno ha più voglia di ascoltare.   

Tuttavia, in questo spazio di pochi chilometri quadrati, impervio, dall’apparenza inaccessibile, abbiamo raccolto, dalla voce di diversi pastori civitesi,  oltre un centinaio di toponimi che scandiscono quasi metro per metro tutto il Canyon del Raganello, come dire che sono la prova di quello che abbiamo raccontato prima. Non è vero che sono luoghi senza nome, solo perché non sono riportati dalla cartografia ufficiale. Anzi, questi toponimi raccontano il vissuto di popoli che per secoli hanno frequentato questi luoghi. Molti sono di tipo geografico, altri si riferiscono a persone o famiglie importanti, oppure alla vegetazione dominante; altri ancora ricordano miti e leggende (Pallma Llucera) di villaggi scomparsi che illuminavano la valle attraverso la luce fioca del lumino e che oggi, grazie alla toponomastica ufficiale presente sulla Carta Topografica dello Stato, sono stati trascritti, italianizzandoli, spesso solo in assonanza fonetica, diventando nel casospecifico “Palma Nocera” , slegandoli a qualsiasi significato di luogo o di persona. Oggi , l’Istituto Geografico Militare Italiano accortosi di questo errore – commesso peraltro in tutta Italia – ha costituito un apposita commissione che ha il compito di rifare la toponomastica nazionale secondo criteri non solo geografici ma anche legati al territorio, tenendo conto delle varie vicissitudini storiche.

Due episodi sono emblematici. Il primo – racconta ancora oggi mia madre – quando andava a Casalecchio (nota località di Civita posta a Sud-est dell’abitato, al di là del fiume e alle pendici della Timpa del Demonio), zona di orti, bisognava attraversare il Ponte del Diavolo ed era consuetudine fare il segno della croce prima del passaggio. Il secondo episodio è legato alla località individuata sulla parete Ovest della Timpa di San Lorenzo e la Timpa di Sant’Anna: racconta la leggenda che un certo Marco, pastore di professione e suonatore di zampogna per hobby, voleva scalare il crestone suonando la zampogna; gli amici nel tentativo di dissuaderlo dall’iniziativa gridarono a squarciagola “vota Marco” (torna indietro Marco): ma egli imperterrito continuava a salire suonando la zampogna. D’un tratto cadde e precipitò nel baratro sottostante; con lui cadde la zampogna che continuò a suonare anche dopo la caduta, lanciando dal vallone, per un tempo che a tutti parve lunghissimo, un suono acuto, trasformatosi in lamento.

 

 

 

 

RISERVA NATURALE ORIENTATA

"GOLE DEL RAGANELLO"

SCHEDA

Regione: Calabria               Provincia: Cosenza               Comune: San Lorenzo Bellizzi Decreto istitutivo: decreto Ministero Ambiente 21 luglio 1987 n.424      (La riserva fa parte del Parco nazionale del Pollino, anche se formalmente ancora non è stato emesso il decreto di passaggio all'Ente di gestione.)

Zona di Protezione Speciale per la conservazione di un habitat essenziale per alcune specie di uccelli selvatici ai sensi della direttiva CEE n. 79/409;       Sito d’importanza comunitaria ai sensi della direttiva 92/43/CEE.

Localizzazione geografica: Sul versante Sud-Est del gruppo montuoso del Pollino, al confine con la Basilicata, sul versante Ionico

Altitudine: 700–1.650 m s.l.m.
Estensione:
1.600 ha

N.B. La riserva riguarda solo il territorio che ricade nel comune di San Lorenzo Bellizzi; un'altra parte consistente delle Gole del Raganello è compresa nel territorio comunale di Civita.

Ambiente fisico: Vallata fluviale incisa profondamente, con pareti rocciose a strapiombo alte più di 700 m; nella parte superiore pascoli ed incolti.

Flora e vegetazione:
la vegetazione si presenta costituita da popolazioni di foreste a Faggio (fagus sylvatica), Crataegus monogyna.(Biancospino), Pyrus pyraster (pero selvatico), Quercus cerris(Cerro), Quercus ilex (Leccio) e Quercus pubescens (Roverella), associate ad arbusti come Erica sp. (Erica), Spartium Junceum (Ginestra del carbonaio) e Calicotome infesta(Ginestrone).

Fauna: Tra i mammiferi è presente Canis lupus (lupo), Sciurus vulgaris (scoiattolo), Felis sylvestris (gatto selvatico), Sus scrofa (cinghiale), Martes martes (martora), M. foina (faina), Mustela putorius (puzzola), M. nivalis (donnola), Meles meles (tasso), Lepus italica (lepre italica), Vulpes vulpes (volpe). E’ di grande interesse zoogeografico la presenza di un piccolo roditore della famiglia dei gliridi, il Dryomys nitedula (driomio), a distribuzione paleartica ma presente in isolamento in Calabria con la sottospecie endemica aspromontis.

Tra gli uccelli della riserva si segnalano tra le specie nidificanti Aquila chrysaëtos (Aquila reale), Falco peregrinus (falco pellegrino), Alectoris greca (Coturnice), Turdus viscivorus (tordela), Corvus corax (Corvo imperiale) e con la presenza del rarissimo Bubo bubo (Gufo reale). Inoltre si segnalano la presenza del Lanario, del Nibbio bruno e del nibbio reale.

Nei pressi della Riserva ha anche nidificato il raro Neophron percnopterus (capovaccaio) ed è in corso un progetto per la reintroduzione del Gyps fulvus (Grifone). Nelle aree aperte è interessante la presenza di Emberiza hortulana (ortolano), Monticola saxatilis (codirossone), Oenanthe oenanthe (culbianco), Saxicola rubetra (stiaccino), Phoenicurus phoenicurus (codirosso), Anthus trivialis (prispolone), Anthus campestris (calandro).

Tra gli anfibi e i rettili si citano: Rana italica (Rana italica) e Salamandrina terdigitata (salamandrina dagli occhiali), Vipera aspis (Vipera comune), Elaphe lineata (Cervone meridionale).

Di recente presso la riserva è stata rinvenuta una specie endemica di farfalla diurna, il licenide Polyommatus galloi, presente in Italia solo in 4 località in Calabria e Basilicata. Dal Libro Rosso degli animali invertebrati d’Italia risulta una delle tre specie d’insetti più minacciati.